lunedì 20 agosto 2012

Intervistando...il professor Giuseppe Melis

BuonSalve cari navigatori,
oggi ho il piacere di ospitare nella mia rubrica "Intervistando..Voci sarde", il professor Giuseppe Melis, docente di marketing e marketing turistico presso l'università di Economia di Cagliari.
Leggete attentamente e troverete spunti interessanti, riflessioni e un quadro chiaro della situazione turistica sarda.
L'accento è posto sulla cooperazione: la svolta sta proprio nell'accettare di collaborare insieme per una reale crescita. 
Riuscirà la comunità sarda nell'ardua impresa della cooperazione?
Vi lascio ora alla lettura.

 
Intervistando … il professor Giuseppe Melis

Mi racconti qualcosa di lei.
In verità non amo molto parlare di me stesso, non già perché abbia qualcosa da nascondere ma solo perché penso che agli altri interessi poco sentire parlare di me. Francamente preferisco parlare dei problemi su cui ho competenze specifiche e di come affrontarli per costruire le soluzioni.
In ogni caso, capisco che qualcosa bisogna pur far sapere: sono nato a Cagliari da genitori cagliaritani e qui ho sempre vissuto e studiato. Sono laureato in Economia e commercio nell’Università di Cagliari, dove adesso lavoro come professore associato di discipline manageriali. In questo momento insegno marketing e marketing turistico. Non sono iscritto ad alcun partito politico ma mi dichiaro federalista (non leghista), sono favorevole all’indipendenza della Sardegna ma solo nel quadro di una autentica Federazione Europea dei popoli. Essere federalista vuol dire avere attenzione, nel contempo, verso la dimensione comunitaria (la mia Sardegna) e verso quella cosmopolita (l’Europa e il mondo). Ragione per cui la Sardegna è parte di me stesso, come lo è per tantissimi altri Sardi, e cerco con il mio lavoro di portare il mio granello di sabbia per migliorarne le condizioni. Sono sposato e ho una figlia di quasi 11 anni. Può bastare? Sono stato lungo?

Per nulla, perfetto! E ora mi dica, come reputa la situazione delle Università sarde? Tra gli Atenei vi è un rapporto di cooperazione?
Domanda delicatissima perché devo parlare di “casa mia” e di “casa d’altri”. In ogni caso, siamo in una situazione di cambiamenti anche profondi, anche perché si deve mettere mano ad anni di stallo. Questo, come ovvio, provoca dubbi, polemiche, malumori, ecc. ma è anche vero che il cambiamento deve essere accompagnato non contrastato. Voglio dire che se ci sono cambiamenti che non sembrano portare vantaggi il contrastarli tout court forse non aiuta, occorre riconvertirsi tutti, io per primo, perché se voglio mantenere il mio “vantaggio competitivo”, ovvero voglio salvaguardare la mia “reputazione” devo lavorare sodo e fare di più e meglio rispetto a quanto fatto in passato, sia sul piano della didattica che su quello della ricerca, dove ormai ci si deve confrontare con nuove regole e nuovi criteri di valutazione.
Quanto al rapporto tra Cagliari e Sassari io posso parlare solo per me e non per l’Istituzione che non ho titolo a rappresentare. Secondo me si può migliorare moltissimo, finora quasi ci si è ignorati mentre credo debba operare un “sistema universitario regionale” ma questo lo fanno, prima di tutto, le persone che liberamente decidono di cooperare. Alcune lo fanno da tempo, altre stanno iniziando a farlo, altre ancora forse non hanno capito bene che farlo è cosa buona e giusta. Nel mio piccolo ho trovato un giovane collega ricercatore con il quale mi trovo a meraviglia sia sul piano umano che professionale e con lui abbiamo già parlato di fare cose insieme sia sul piano della didattica che della ricerca, anzi su quest’ultimo versante abbiamo già iniziato.

Settore turismo. Molti giovani sardi sono costretti ad emigrare o la loro professionalità non è viene riconosciuta. Quale consiglio si sente di dare ad un tecnico come me che vorrebbe contribuire concretamente alla crescita economica della sua terra e non vuole emigrare?
Premesso che è difficile dare consigli ad altri, posso dire cosa farei io, che poi è ciò che dico a tutti i giovani che mi pongono la stessa domanda: pensare prima di tutto a se stessi. Se poi questo implica spostarsi dalla propria città, regione o paese per lavorare io lo farei, anche a costo di allontanarmi, seppure pro-tempore, dagli amici e dal mio ambiente. Per le caratteristiche del mondo d’oggi è cosa buona e giusta essere preparati a lavorare dove c’è lavoro, quindi il palcoscenico di riferimento non può essere più come nel passato la propria città o la propria regione o il proprio Paese. Oggi la dimensione cosmopolita che ogni persona dovrebbe avere dentro di sé implica anche questa disponibilità allo spostamento. So bene che per noi Sardi questo è un dramma, o meglio, è vissuto come un dramma, ma alla fine chiunque abbia fatto esperienza all’estero ne è tornato arricchito, con più voglia di fare, con maggiori competenze.  Di questo sono fermamente convinto tanto che due anni fa, proprio perché non potevo dire ad altri di andare fuori senza averlo mai fatto direttamente, ho scelto con la mia famiglia di trasferirmi per un anno all’estero: quando dissi per la prima volta questa cosa a mia moglie e mia figlia per poco non si sentirono male, si trattava di ricominciare tutto daccapo. Paradossalmente, adesso, l’estero ci manca. Resta però l’esperienza che ciascuno di noi porterà sempre con sé, soprattutto mia figlia.
Insomma, dopo un’esperienza all’estero si può anche tornare (se si vuole tornare ovviamente), ed è molto più probabile che si torni da protagonisti e non ci si veda costretti ad andare a elemosinare qualcosa in un contesto come è attualmente il nostro dove, obiettivamente, le condizioni di arretratezza culturale sono ancora evidenti; non già perché mancano laureati, che pure sono sempre pochi in percentuale della popolazione, ma perché è tutto il sistema da svecchiare e rinnovare. Spesso oggi il “diritto” al lavoro viene fatto pesare come un grande “regalo”. Questo non va bene, alimenta la dipendenza psicologica e, conseguentemente, le clientele politiche, sociali, ecc. La vera indipendenza di un popolo passa per l’indipendenza di ciascuno di noi che liberamente sceglie cosa poter fare. Oggi purtroppo in Sardegna questa libertà non esiste come sarebbe necessario. Tutto ciò è triste ma io, nel mio piccolo, combatto per cambiare questo stato di cose.
Quanto appena detto non significa che nulla si possa fare, ma francamente è ingiustificatamente faticoso, spesso tremendamente faticoso. Nel settore pubblico non si può più assumere come in passato (per fortuna aggiungo, visto che molte assunzioni erano clientelari) mentre nel privato gli imprenditori sono quantitativamente pochi e parte di essi ha una formazione vecchio stampo. Spesso alcuni di loro non hanno la laurea e questo li porta o a vedere con “diffidenza” il giovane laureato che possiede il titolo, ma non l’esperienza, ciò può anche essere vero in certi casi, ma non è detto che questi non abbia le capacità per imparare e poter svolgere adeguatamente i compiti richiesti.
C’è spazio invece per autonome iniziative imprenditoriali di servizio, esattamente come stai facendo tu con il tuo blog che ti permette di farti conoscere e di parlare del tuo modo di vedere il turismo. Arricchendolo giorno dopo giorno, aumentando il numero dei contatti e dei commenti, ospitando interviste di persone specializzate e non potrai vedere accrescere la tua rete e se oggi questo è solo un investimento poi potrebbe arrivare anche altro, sotto forma di lavori e commesse in qualità di persona esperta che sa cosa è necessario fare e come fare per poter accogliere turisti in modo da rendere la loro esperienza “memorabile”. Magari, se posso permettermi di darti qualche suggerimento, non trascurerei di usare anche altre lingue oltre l’italiano … e giorno dopo giorno potrai migliorarne la grafica, l’organizzazione delle pagine, ecc. Potrai coinvolgere altri e insieme proporre progetti, come hai già fatto, ecc.
Insomma, il turismo è servizio e, per questa stessa ragione, “immateriale” (non attività meramente “materiale” come l’edilizia che taluni pseudo imprenditori o politici pensano sia la leva dello sviluppo turistico) e la Sardegna è carente proprio nei servizi, da quelli fondamentali a quelli più fini, capaci di trasformare il territorio in un palcoscenico unico per esperienze indimenticabili. Al contrario ci sono casi sempre più numerosi di esperienze indimenticabili negative (purtroppo) che hanno origine nei collegamenti inefficienti o eccessivamente onerosi, in strutture fatiscenti e sempre care per il livello di servizio offerto, nel personale impreparato professionalmente e nella presunzione assoluta che bastino il mare e il sole per vendere qualcosa di unico a clienti da spennare. Mi fermo qui … è meglio!

Parliamo di Cagliari. Situazione turistica pro e contro.
Cagliari turistica … croce e delizia. Partiamo dalle delizie: sicuramente rispetto a 10 anni fa è una città cambiata in meglio, molto più turistica. La croce è che il da farsi è ancora tanto ma, ripeto, più attori hanno capito che bisogna muoversi in prima persona e non aspettare altri. Ciò che posso dire è che fino ad ora la crescita è il risultato un po’ casuale dell’agire di tanti attori, che bene hanno fatto a prendere l’iniziativa, ma ciò che manca è un’organizzazione della destinazione, quella che tecnicamente si chiama “Destination Management Organization” (DMO). Questa va concepita e costruita con attori pubblici e privati e nessuno deve acquisirne la paternità o il possesso a scapito degli altri. La DMO deve operare secondo una logica inclusiva e partecipativa, ma questo implica che gli attori devono operare avendo come fine il “bene comune” e non invece l’interesse privato che purtroppo spinge sempre molti a dire .. “prendo io l’iniziativa così ne acquisisco i meriti”, fatto questo che poi prelude a spendere tali risultati per reclamare consenso, potere, ecc. Così non si va da nessuna parte. Ovviamente ci deve essere chi prende l’iniziativa e, a mio modesto parere, questo deve essere l’Amministrazione comunale, in una logica però di inclusione e condivisione, non di imposizione e scelta di coloro che sono funzionali a interessi di partito o altro.
Oggi la prospettiva culturale da seguire, oltre che quella della cosiddetta “economia delle esperienze” è quella della “co-creazione di valore” … ma francamente occorre essere disponibili a imparare discutendo e non a discutere pensando di sapere sempre già tutto. E sia ben chiaro che nell’affermare ciò non faccio distinzioni di colore politico, censo, credo religioso o altro.

Lei ha da poco avviato (in collaborazione con il suo collega Giacomo Del Chiappa) un’indagine sul livello di “gradimento” tra i cittadini cagliaritani di un’eventuale svolta turistica del comparto crocieristico. Com’è nata questa idea? Come procede? Sta ottenendo consensi?
Giacomo oltre che uno stimato collega è un caro amico e lui prima di me ha già studiato il fenomeno della percezione del turismo da crociera da parte dei residenti di altre città portuali. Qualche mese fa mi ha proposto di fare lo stesso studio sulla città di Cagliari e così è stata messa in piedi la ricerca con una particolarità rispetto alle altre ricerche già effettuate: vorremo misurare il grado di percezione dei cittadini per singolo quartiere così da apprezzare se vi sono differenze tra le diverse zone della città o se invece il fenomeno è percepito in modo indifferenziato. Quanto ai consensi va detto che rispetto al campione predeterminato siamo ben oltre il 50% dei questionari da compilare (che sono più di mille) e ancora abbiamo bisogno di risposte da parte dei residenti di ogni età e di ogni quartiere e ciò che rileva non è l’aver fatto una crociera ma semplicemente esprimere una propria opinione su come ognuno di noi “vede” questa forma di turismo per lo sviluppo della città.

Il mio blog è incentrato sulle tematiche del turismo sostenibile e responsabile. Cooperazione, crescita del senso identitario della nostra comunità ma soprattutto progetti di sviluppo integrati. E’ ancora un’utopia o forse uno spiraglio c’è?
Oscar Wilde ha scritto che “Il progresso è la realizzazione dell'utopia” (L'anima dell'uomo sotto il socialismo, 1891). Questo per dire che abbiamo il dovere di inseguire le utopie e, nel caso specifico, quella di costruire per la nostra Nazione Sarda uno sviluppo turistico fortemente identitario, sostenibile e responsabile. Per fare questo non possiamo evitare di cooperare, è una necessità, anche se faticosa, ma dobbiamo farlo per noi stessi,  per i nostri figli e per conservare ciò che i nostri padri ci hanno tramandato. Non farlo significa abdicare a un dovere civico, storico e morale che implica la scomparsa del nostro popolo, in quanto Sardi. Ciò vuol dire che tante scelte, oggi fatte a mio avviso con troppa superficialità e senza consapevolezza delle conseguenze che possono determinare nel medio e lungo termine, rischiano seriamente di farci scomparire come Nazione, come Popolo. Io, nel mio piccolo mi batto perché questo non avvenga e lo faccio con il lavoro che ho la fortuna di svolgere.
Tuttavia, come ho detto prima, questo è il mio granello di sabbia, ma per fare una spiaggia di granelli ne servono miliardi. Noi Sardi siamo in Sardegna circa 1,6 milioni (non tantissimi per la verità) e circa 600 mila vivono all’estero, senza contare i discendenti dei nostri emigrati di seconda e terza generazione. Il potenziale per cambiare esiste ma occorre rompere con i nostri personali schemi di decisione con cui finora abbiamo tutti operato, al lavoro come nel tempo libero, nella politica come nello sport, ecc.. Cambiare significa che lo deve fare ognuno di noi singolarmente considerato e non pensare che sia compito di altri o di essere sempre nel giusto e che sono gli altri a dover fare il primo passo per modificare la situazione nel senso da noi voluto. Il cambiamento fondamentale, a mio modo di vedere, consiste nel domandarsi ogni volta che si fa qualcosa se questo impatta e come sulla nostra identità di Sardi. Ciò che facciamo la indebolisce o la rafforza?
Purtroppo questo non è un criterio di decisione perché siamo abituati a ragionare in modo diverso. La convenienza va ricercata insieme all’appartenenza a un popolo. Alcune nostre decisioni spesso sono decisamente contro la Sardegna, contro i Sardi e contro la nostra identità: un esempio? Quanti sono coloro che scelgono abitualmente di non consumare prodotti agroalimentari sardi? Vuoi perché c’è chi dice che costano di più, vuoi perché li produce o li vende quello che mi sta antipatico, vuoi perché nessuno te li ha mai proposti, ecc. Insomma abbiamo tanti alibi per giustificare il consumo di prodotti “stranieri”. Con questo non voglio dire che non bisogna consumare anche prodotti provenienti da altri contesti ma la nostra economia si autoalimenta prima di tutto con il consumo di prodotti locali, ovviamente a parità di qualità e a condizioni di costo appropriate. E’ però scandaloso vedere che nelle strutture ricettive della Sardegna spesso molti alimenti e bevande non sono sarde (olio, vino, dolci, carne, ecc.). Le strutture dell’accoglienza dovrebbero tutte sentirsi vincolate a promuovere la nostra terra, per davvero non per finta con maialetti provenienti dall’Olanda.

Perché un turista dovrebbe scegliere la Sardegna come meta delle sue vacanze? E al contrario, perché non dovrebbe sceglierla?
Una buona ragione per venire in Sardegna ce la offre lo scrittore inglese David Herbert Lawrence, che così scriveva agli inizi del ‘900 riferendosi alla nostra Terra:
“Questa terra non assomiglia ad alcun altro luogo. La Sardegna è un'altra cosa: più ampia, molto più consueta, nient'affatto irregolare, ma che svanisce in lontananza. Creste di colline come brughiera, irrilevanti, che si vanno perdendo, forse, verso un gruppetto di cime… Incantevole spazio intorno e distanza da viaggiare, nulla di finito, nulla di definitivo. È come la libertà stessa. La Sardegna è fuori dal tempo e dalla storia.”
Ecco, c’è qualcuno che non vorrebbe provare una simile esperienza?
Quanto ai motivi per non venire … purtroppo ne abbiamo tantissimi alcuni dipendenti da noi Sardi, altri invece che dipendono da soggetti esterni alla Sardegna. Mi fermo qui perché occorrerebbe soffermarsi adeguatamente su ciascuno di essi e non è questa la sede.

Quali sono le eccellenze che distinguono la Sardegna dal resto del mondo?
In termini di categorie sono le stesse di altri contesti: ambiente, cultura, storia, lingua, prodotti agroalimentari. I nostri sono unici come unici sono quelli di altri contesti. Ciò che conta è mantenere una qualità ottima di queste risorse e veicolarle al meglio per catturare l’attenzione e l’interesse dei potenziali turisti che viaggiano alla ricerca di tutto ciò. Da questo punto di vista occorre sapere chi sono i turisti che ci interessa far venire. Non tutti i turisti sono uguali e noi dobbiamo scegliere quelli che sanno apprezzare la nostra identità, rispettandola, conoscendola e se siamo bravi possiamo anche farli innamorare e indurli a rimanere … come tanti hanno fatto senza che noi , talvolta, ne abbiamo consapevolezza.

Turismo attivo, eco-turismo, turismo religioso, turismo culturale. Filosofia dello slow living. La Sardegna è la candidata ideale per un turismo destagionalizzato. Perché il sistema non decolla?
Certamente la Sardegna ha tutte le potenzialità, in termini di dotazione di risorse naturali per potersi candidare nell’ambito dei filoni indicati, tuttavia, come ho detto in precedenza, il sistema non decolla perché manca la cultura dell’operare insieme, manca la cultura del porre al centro di ogni cosa che si fa l’interesse generale, e quello che ho detto prima a proposito della città di Cagliari, vale per la Regione nel suo insieme e per suoi sotto-aggregati (consorzi, i Sistemi Turistici Locali che non si sa bene cosa se ne voglia fare pur avendo in origine funzioni importanti da svolgere nell’ottica del management delle destinazioni).
Quanto allo slow living, vorrei sottolineare che oltre la realizzazione di un appropriato sistema di governance della destinazione ai vari livelli (regionale, sub-regionale e locale) occorre anche una visione del tipo di turismo che vorremo sviluppare e, a mio modesto avviso la prospettiva “slow”, cioè quella che consente alla persona di recuperare il tempo per se in tutti gli aspetti della sua vacanza dovrebbe essere il leit motive della strategia della Regione, basata sulla ricerca delle diverse declinazioni in cui la nostra identità può manifestarsi, dalla storia alle leggende, dalla cultura contadina a quella della pesca, ecc.

Molti dicono di noi sardi: siete gelosi l’uno dell’altro e se qualcuno tra voi emerge, lo schiacciate. Non fate squadra. Vi pestate i piedi l’un l’altro. Comandano gli stranieri.  Lei cosa ne pensa?
Purtroppo credo che queste affermazioni trovino spesso conferme, non sempre ovviamente ma è una tendenza che però non è nostra prerogativa esclusiva, ma qui in Sardegna si esalta nel peggio. Il che porta alla fine tanti di noi a preferire lo “straniero” rispetto a uno di noi. Questo accade tutte le volte che, per esempio, si vende un pezzo della proprietà a un terzo piuttosto che a uno della famiglia, oppure quando si auspica, come in questo periodo, che siano gli arabi o i russi a venire e comprare qui da noi. Io non sono contrario per principio ma francamente vorrei che chi volesse venire a investire lo facesse rispettando le nostre regole e non costruendo noi regole a misura di chi viene e aprendo le porte a questi signori come fossero “messia”. Si pensi al caso dei tanti cinesi che comprano in contanti appartamenti nei centri storici dei paesi e delle città cambiando gli stessi in modo conforme alla loro cultura. Francamente io vorrei che i nostri paesi e le nostre città mantenessero la loro identità sarda e non diventassero delle piccole chinatown. A Cagliari il quartiere di Marina è tornato in parte ai cagliaritani da quando sono state chiuse le strade al traffico e si è permesso ai pubblici esercizi di mettere tavolini per strada. Perché non pensare che tanti cagliaritani vogliano tornare a vivere in questo quartiere, opportunamente risanato, come si sta facendo, e si possa convivere anche con altre popolazioni, integrandole certamente, facendo si che essi imparino ad accettare e rispettare le nostre.

 Vuole aggiungere qualcosa? Un suo pensiero, un auspicio, un desiderio?
Francamente non vorrei essermi dilungato troppo e seppure desideri, auspici e pensieri ne abbia davvero tanti, per ora mi fermo qui. Certamente avrei piacere che a questa intervista potessero seguire altre riflessioni, anche sotto forma di domande, da parte dei lettori del blog. Solo se si interagisce si cresce e si cambiano le cose. Se invece ognuno rimane nelle proprie posizioni, per principio, allora non si va da nessuna parte.

Uno slogan per la Sardegna.
Lo faccio prendendo in prestito il titolo del celeberrimo libro di Marcello Serra:
“Sardegna, quasi un continente. Da vivere e assaporare tutto l’anno, al mare come in montagna”.

Ringrazio il prof Melis per avermi concesso questa intervista. Lo ringrazio inoltre per l'averci dato  molteplici spunti, utili a tutti, per l'avvio di una riflessione molto profonda sulle tematiche trattate.

A voi tutti cari lettori, auguro un buon bloggerViaggio.